Quando gli intellettuali europei (e Goethe) hanno “riscoperto” il mito di Taormina.

Perché Taormina divenne la meta irrinunciabile del Grand Tour?

C’è stato un tempo, tra il XVIII e il XIX secolo, in cui la Sicilia non era una destinazione vacanziera, ma un confine dell’anima. Era l’epoca del Grand Tour, il lungo viaggio di formazione che i rampolli dell’aristocrazia europea — insieme a poeti, artisti e filosofi — intraprendevano per completare la propria educazione. Taormina, con la sua posizione remota, il suo Teatro Antico sospeso tra il vulcano e il mare, divenne rapidamente una tappa obbligata, un luogo dove la bellezza antica incontrava la natura più selvaggia e incontaminata.

Il momento di svolta, il “battesimo” internazionale di Taormina, avvenne nel 1787. Fu allora che arrivò Johann Wolfgang von Goethe. Il celebre scrittore tedesco, durante il suo Viaggio in Italia, descrisse Taormina con parole che ancora oggi sembrano scolpite nell’aria della città: “un lembo di paradiso terrestre”. Immaginate Goethe, con il suo taccuino e la penna intinta nell’inchiostro, seduto tra i resti del Teatro Antico, intento a guardare l’Etna e il mare. Per lui, Taormina non era solo una rovina da catalogare; era un’illuminazione, il luogo dove l’architettura umana si fondeva perfettamente con la grandiosità della natura.

Da quel momento, il passaparola tra gli intellettuali europei fu inarrestabile. Pittori, acquerellisti e scrittori iniziarono a riversarsi nel borgo, armati di cavalletti e di una sete insaziabile di bellezza. Taormina offriva loro esattamente ciò che cercavano: il fascino della “decadenza” antica. Mentre il resto d’Europa si stava industrializzando e perdendo il contatto con il passato, Taormina appariva come un mondo immobile, fuori dal tempo, dove ogni pietra raccontava di greci, romani e arabi.

Questi viaggiatori del Grand Tour non si limitavano a visitare: creavano il mito. Attraverso i loro diari di viaggio, le loro incisioni e i loro dipinti, Taormina veniva “esportata” nei salotti di Londra, Parigi e Berlino. Il desiderio di vedere con i propri occhi quel panorama mozzafiato divenne una sorta di rito di iniziazione per chiunque volesse definirsi un “uomo di cultura”.

È grazie a questi pionieri del turismo che Taormina ha iniziato a sviluppare quella vocazione all’accoglienza che la caratterizza ancora oggi. Se oggi passeggiamo lungo il Corso e ci sentiamo parte di un’esperienza che trascende la semplice villeggiatura, è perché stiamo camminando sulle orme di quei sognatori del XVIII secolo. Hanno visto in Taormina non solo una città, ma un’idea: l’idea che la bellezza possa essere un rifugio, una cura per lo spirito, un luogo dove, anche solo per un istante, si può credere di aver trovato l’equilibrio perfetto del mondo.

Quando guardate il panorama dal Teatro Antico, provate a chiudere gli occhi e immaginate il profilo di Goethe o di un pittore inglese che, secoli fa, fissava lo stesso identico punto. La magia che sentite oggi è la stessa che hanno provato loro: un’eredità invisibile, ma potentissima, che rende Taormina una meta che non si visita mai per caso, ma sempre per una sorta di chiamata.

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